domenica 9 ottobre 2011

San Augustin via Popayan - dal 16 al 23 agosto

Arriviamo a Popayan in tarda serata e per questo cerchiamo un posto dove dormire vicino al terminal, che alla fine dista solo un paio di km dal centro cittadino, trovando dopo aver scartato un paio di hotel che chiedevano una cifra esagerata, un hospedaje economico e confortevole proprio a un centinaio di metri dalla stazione dei bus.
La mattina seguente decidiamo di fare una visita al centro cittadino, tranquillo e pulito, costruito in stile coloniale e caratterizzato da un predominante bianco che "colora" case, palazzi, chiese e uffici.
La cittadina non ha molto da dare al turista, solo un paio di chiese e l'ordinata piazza centrale che ospita numerosi venditori ambulanti e lustrascarpe, dove è possibile rilassarsi all'ombra sfuggendo per un pò al caldo afoso, ma nulla di più.









Per avere una bella vista della città dall'alto è possibile però arrampicarsi su un cerro (collina) da dove si scorge su tutte la grande cupola della cattedrale pricipale, ma anche qui niente di eccezionale!



Visto che con mezza giornata riusciamo a visitare tutto il centro, la sera andiamo a comprare i biglietti per la nostra prossima destinazione, San Augustin, che diventerà uno dei posti che ci rimarranno più nel cuore e ci lasceranno più malinconia una volta lasciati.
Il viaggio che affrontiamo da Popayan per raggungere San Augustìn è uno dei più impegnativi affrontati finora, a causa della strada sconnessa che collega le due cittadine, che ci fa sobbalzare sui sedili del piccolo bus per circa 5 ore, durata del tragitto per compiere meno di 200 km (di sterrato!), durante il quale veniamo anche fermati dai militari dell'esercito nazionale che presidiano la zona, che informano della ricerca di un pericoloso criminale facente parte del noto gruppo delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) e di chiamarli tempestivamente, tramite alcuni numeri riportat su un foglio informativo distribuito a tutti i passeggeri, in caso si avesse avuta qualsiasi notizia di tal Cacica Gaitana, alias Costeno, alias Jorobado, alias Chepe, alias Polo, alias Hernan o alias Juaqui, cioè tutti i nomignoli sotto i quali si sarebbe potuto nascondere il ricercato!



Il bus per l'esattezza ci lascia a 5 km da San Augustìn, dove ad attenderci c'è il "pezzo di merda", un uomo sulla cinquantina così amichevolmente chiamato da me e Daniele per i suoi atteggiamenti apparentemente gentili e disponibili, ma come si dice a Roma, da fiodenamignotta!
Infatti appena saliamo sul suo fuoristrada il "pezzo di merda" ci inizia ad elencare tutte le attrattive nei dintorni della cittadina e i vari tour possibili per visitare i numerosi siti archeologici presenti nella zona circostante, dicendoci che si possono organizzare direttamente con lui, guarda caso, e che inoltre se necessitiamo di un ostello può ospitarci in quello gestito da lui che è il più economico del paese, guarda caso!
Non contento ci lascia nell'agenzia turistica dove lavora, spacciandola per l'ufficio turistico ufficiale, dove una chica ci spiega di nuovo i vari tour possibili da effettuare nei dintorni (che boicotteremo, a parte uno, ma prenotato con un altra agenzia, alla faccia del "pezzo di merda"!).
Alla fine però l'abitazione che ci fa vedere la chica non è male e non costa molto (per tre giorni ci fanno un buon prezzo) cosi decidiamo di prendere la stanza e correre a pranzare perchè è ormai pomeriggio inoltrato.
Dopo pranzo girando per il paese, chiediamo informazioni su come arrivare al mercato a un piccolo uomo di mezza età, Ramiro, che ci indica la direzione ed inoltre ci propone di acquistare le sue cherimoyas (uno dei tanti frutti che si trovano in Sud America), ma visto che ne ha una busta piena (una decina) gli diciamo che sono troppe per noi due, allora dice che ce ne può vendere la metà per 5000 pesos (2 euro) dicendoci una sola unità costa 1500-2000 pesos e così io e Daniele da buoni italiani pensiamo che ci sta dicendo una cavolata e ci vuole fare la sola, perciò andiamo a verificare la veridicità delle sue affermazioni al vicino mercato, dove effettivamente una sola cherimoya costa quanto dichiarato dal buon uomo. Allora torniamo subito indietro e acquistiamo tutti i frutti, che anche se dall'aspetto non gli si darebbe un... pesos, si riveleranno una delle cose più buone assaggiate finora, composti da una succolenta polpa dal sapore dolce e delicato, una vera delizia per il palato.


Concluso l'affare, conosciamo meglio Ramiro, un contadino che vive nella vicina campagna, sceso nel paese per vendere le cherimoyas coltivate direttamente nel suo terreno, chiacchierando gli diciamo di essere stranieri e che siamo appena arrivati a San Augustìn e così con grande ospitalità ci invita l'indomani nella sua finca (casa di campagna) per bere un vino di arancia che produce direttamente lui e che inoltre se ci fosse piaciuta saremmo potuti rimanere nella sua abitazione a un prezzo molto più basso di quello richiesto in città, cosi ci facciamo spiegare la strada e ci diamo appuntamento per il giorno seguente.
Nel pomeriggio vagando per la città incontriamo anche due ragazzi del posto, Julian e Eduard, appartati in un angolo un pò buio e abbastanza losco intenti a girare un porro di..."verdura", che alla nostra vista appaiono dapprima un pò diffidenti, ma con i quali alla fine chiacchieriamo e fumiamo allegramente e dai quali apprendiamo alcune nuove parole del gergo usato da queste parti, come l'esclamazione "cimba!" che sta più o meno come "figo!" o "cazzo" a seconda del contesto ed organizziamo per di più una scampagnata e un pranzo a base di pasta per il giorno dopo, accordandoci nel portare noi la spesa e cucinare naturalmente e spiegando ai due l'occorrente necessario che avrebbero dovuto portare loro (una pentola per far bollire l'acqua, una per il sugo e uno scolapasta e volendo anche delle posate) in quanto non sapevano nemmeno da dove cominciare per cucinare un piatto di pasta!



Restiamo d'accordo per vederci con i due simpatici nuovi amici la mattina seguente, anche per farci accompagnare al banco del mercato dove avevano comprato la "verdura" il giorno prima e farci una passeggiata prima del pic-nic al vicino fiume Naranjos, ma mentre io e Daniele portiamo gli ingredienti per la salsa e la pasta, nè Julian nè Eduard, riescono a portare da casa le pentole adatte per cucinare il tutto, cimba!!!
Così alla fine decidiamo di non perdere la giornata andando a visitare il vicino Parque Arqueologico e dando appuntamento ai ragazzi in serata, anche perchè nel pomeriggio Eduard avrebbe dovuto lavorare, udite udite, se gli avessero riparato il carretto (incidentato) con il quale, trainato da un cavallo, trasporta cose e persone per il paese!
Arrivati al Parque Arqueologico, visitiamo dapprima il museo, dove iniziamo a capire un pò di cose riguardanti i siti archeologici della zona e dove apprendiamo che le numerose statue sparse in questa area erano state scolpite circa 5000 anni prima da abitanti di due civiltà primitive che vivevano nelle valli adiacenti ai fiumi Magdalena e Cauca e che le rocce utilizzate erano di origine vulcanica, gettate in grandi quantità e distanza per l'appunto dai vicini vulcani oggi giorno estinti.








Poco più si sa sulle antiche popolazioni di San Augustin e sulle loro statue arrivate fino ai giorni nostri che a dirla tutta, a parere di esperti e archeologi, sono anche di basso livello artistico, ma è tutto il paesaggio intorno, composto da spettacolari valli, fiumi, boschi e cascate a rendere questo posto cosi magico e spettacolare, insieme ai sui allegri e disponibili abitanti (almeno quelli conosciuti da noi, a parte naturalmente il "pezzo di merda"!!!).
Nel Parque Arqueologico, vedremo le nostre prime statue (circa 130) che sono per la maggior parte figure antropomorfe, alcune realistiche, altre somiglianti a maschere mostruose o che raffigurano animali sacri come l'aquila, il giaguaro e la rana.
Come detto è bello ammirare queste opere e chiedersi cosa stavano a rappresentare (se rappresentavano qualcosa!) ma non si rimane estasiati tanto dalle mesitas (cosi vengono chiamati i gruppi di sculture), ma dal paesaggio tutto intorno che qui nel Parque è una immacolata quanto fitta foresta dove volano un numero incredibile di spettacolari farfalle.








Oltre alle mesitas molto interessante e ricca di mistero è la Fuente de Lavapatas, un complesso labirinto di canali e piccole vasche a terrazza scavato nel letto roccioso di un ruscello, decorate con immaggini di serpenti, lucertole e altre figure antropomorfe dove secondo gli archeologi avvenivano rituali ed erano usate per il culto di divinità legate all'acqua.



Per ultimo seguendo il sentiero che sale lungo la collina fino al sito chiamato Alto de Lavapatas è possibile vedere anche alcune antiche tombe, custodite dalle immancabili statue, da dove data l'altura e la posizione si ha una eccezzionale vista panoramica sulla campagna circostante.




Dopo circa tre ore ed aver visitato l'utima zona del sito, composta anche essa da tombe e i loro "guardiani", ci dirigiamo verso l'uscita dove compriamo due souvenir in uno dei numerosi banchetti e iniziamo a chiedere se qualcuno dei venditori conoscesse e sapesse dove vivesse Ramiro (il buon contadino conosciuto il giorno prima), visto che secondo le sue indicazioni la finca non dovrebbe trovarsi molto lontana dal Parque Arquelogico, ma qui sembra che il nome Ramiro sia così comune che nessuno, non conoscendo il suo cognome, ci possa essere d'aiuto, finchè quasi perse le speranze ci si avvicina un piccolo uomo, dall'aria buffa e stralunata che afferma di essere il fratello del contadino che stiamo cercando!
Così fortunatamente veniamo condotti da Olivo alla finca che stavamo cercando e dove il padrone di casa ci accoglie,come promesso, con un ottimo vino di arancia e del pane fatto in casa, dove vive con la madre e con il buon Olivo che per affermare o negare alcune nostre curiosità risponde quasi sempre con un simpatico "si signò" o "no signò" davvero d'altri tempi, ricordando vagamente un famoso personaggio di Zelig rappresentato da Marco Mazzocca.
Chiacchieriamo un paio d'ore con Ramiro e gli altri componenti della famiglia e data la loro genuinità e calda accoglienza e il posto dove vivono, una casetta in mezzo al verde dove passa una macchina ogni mezz'ora, con tanto di terreno dove sorgono varie coltivazioni che più avanti "espoloreremo" meglio, decidiamo di fermarci qui un paio di giorni, ma non da subito perchè abbiamo in programma di andare a visitare l'indomani con un tour organizzato alcuni altri siti nei dintorni, altrimenti impossibili da raggiungere a piedi e troppo scomodi da raggiungere con i bus in un solo giorno.
Scesi in centro così andiamo a prenotare subito questo tour all'agenzia che ci tratta meglio in termini economici, ma prima fumando una sigaretta in piazza e chicchierando con alcuni ragazzi riusciamo anche ad acquistare anche noi un pò di "verdura"! Che da queste parti sembra che giri un pò dappertutto, con una tal facilità e semplicità come se si stessero vendendo caramelle (daltronde non vedo la differenza!). A dirla tutta chiediamo una piccola e modesta quantità, ma qui sembra che non esista il termine poco in questo campo, viste le numerose coltivazioni, cosi spendendo 10.000 pesos (4 euro) ci viene portata una quantità spropositata di questa benedetta pianta e il termine spropositata non è davvero usato a caso! Così felici e contenti della giornata trascorsa come meglio non si poteva ce ne andiamo a cena alla barattissima (molto economica) "Rana Verde" dove si mangia con circa un euro e mezzo e dopodichè, andiamo a sdraiarci sul letto da dove non ci alzeremo più fino al giorno dopo, grazie anche all'affare concuso qualche ora prima!
Il tour che andiamo a intraprendere il giorno seguente è un bel giro in jeep, che ci porterà a visitare un paio di siti archeologici e soprattuto alcune bellezze naturali.
Si comincia da El Estrecho, dove il Rio Magdalena attraversa gole larghe solamente 2,2 metri, per passare poi alla visita di alcune antiche tombe contornate dalle immancabili statue e per finire, dopo un ottimo pranzo a base di churrasquito e sancocho, ad ammirare due spettacolari cascate, il Salto de Bordones e il Salto de Mortino.
Il bel tour finisce con il ritorno in paese verso le cinque del pomeriggio, dove non succede più nulla degno di cronaca fino alla mattina seguente, quando ci "trasferiremo" a casa di Ramiro.
La mattina prima di andare verso la campagna, andiamo a fare la spesa al mercato cittadino per cucinarci un buon piatto di pasta per cena, dopodichè prendiamo un taxi (dato il peso degli zaini) e con poco meno di 10 minuti arriviamo alla nostra nuova "residenza" per i prossimi tre giorni, dove Ramiro ci offre degli ottimi fichi cotti e ripieni di formaggio preparati da lui, accompagnati da un pò di pane sempre fatto in casa, che ci caricheranno un pò prima di uscire per andare a visitare gli ultimi siti della zona circostante che raggiungingeremo a piedi con una camminata totale di quattro-cinque ore, tutto questo non prima di fare un'altra bella chicchierata con Ramiro, col quale ormai parliamo tranquillamente di tutto, conoscendolo più a fondo, tanto che ci propone di comprarci tramite un suo conoscente foglie di coca e cal (sostanza con la quale si masticano le foglie per estrarre il principio attivo) l'indomani mattina al mercato.
Ormai credo che non ci sia più bisogno di dire che i siti che andiamo a visitare (El Tablon, La Pelota, El Purutal) accolgono statue e tombe immerse nella lussureggiante campagna di San Augustìn e che il paesaggio che li contorna è bellissimo, ma rimaniamo colpiti ed estasiti soprattutto dall'ultimo sito che andiamo a visitare, La Chaquira, dove le divinità stavolta non sono rappresentate in forma di statua, ma sono scolpite direttamente sul fianco della montagna e guardano verso la straordinaria gola del Rio Magdalena, sulla quale si apre un panorama davvero eccezionale.






Peccato che si è fatto ormai tardi e dobbiamo ritornare verso San Augustìn e camminare ancora un bel pò per arrivare alla finca, dove arriveremo quando sarà ormai buio pesto, giusto in orario per accendere il fuoco nella rustica cucina a legna e prepararci un ricco piatto di pasta, che date le calorie perse nel pomeriggio ci divoriamo in pochi minuti.
Dopo cena però ci possiamo rilassare nel fresco clima di campagna, dove il tempo sembra scorrere più lentamente, accompagnati da un silenzio e una tranquillità che difficilmente si possono provare ed assaporare da altre parti e che molte volte manca nella vita di tutti i giorni e alla quale ormai ci siamo abituati, lontano da tutto e tutti ci godiamo a pieno il momento, prendendoci un pò di tempo anche per aprire le menti e soprattutto pensare su come la vita scorra da queste parti, arrivando alla conlusione che chi vive come Ramiro e la sua famiglia, non ha niente da invidiarci, anzi...
Daniele non sentendosi troppo bene nella notte si sveglia stranito l'indomani, così la signora (non ricordiamo il nome della mamma di Ramiro e Olivo) gli prepara un infuso con scorze di limone e altre erbe "magiche", nel mentre torna Ramiro dal mercato portandoci come promesso le foglie di coca, che andiamo a masticare tutti e tre insieme nel suo orto mentre ci mostra orgoglioso le sue coltivazioni: chirimoya, aguacate, naranja, altre meravigliose piante di frutta e ortaggi, fagioli e ...l'onnipresente "verdura"!
Trascorriamo la mattinata da campagnoli, a contatto diretto con le abitudini e i ritmi di chi lo è per davvero e ammirando sempre di più il modo in cui veniamo trattati da queste persone sempre pronte ad aiutarti in caso di bisogno e che non si tirerebbero mai indietro nel dividere l'unico pezzo di pane che hanno a disposizione e per di più sempre a testa alta ed il sorriso stampato sulle labbra.
C'è da imparare molto da chi ha meno di noi (ma non gli manca niente), noi che a volte ci lamentiamo o ci arrabbiamo per delle piccolezze che a raccontarle da queste parti ci sarebbe da vergognarsi.

Detto questo, nonostante l'infuso e la coca Daniele non si riprende completamente e così scendo da solo a pranzare al paese, alla ormai nota "Rana Verde" e poi me ne vado su una collinetta da dove si può vedere tutta la cittadina e da dove ci si rende conto che è davvero piccola!
Più tardi vengo raggiunto da Daniele, ma che non dura molto e ritorna indietro dopo poco più di un ora, mentre io rimango un altro pò nella piazza centrale ad assistere ad uno "ciov" (come viene chiamato da queste parti uno "show") di due bravi comici che intraprendono un siparietto circondati da una bella folla di persone, tra queste una ragazza, dalla quale vengo colpito particolarmente e con la quale dopo aver parlato un pò, mi accordo di incontrarci l'indomani per continuare la chicchierata, visto che ormai si è fatto quasi buio e sulla strada per tornare alla finca non esiste illuminazione.
La mattina seguente per questo io me ne scendo di nuovo al paese per l'appuntamento, mentre Daniele se ne va con Ramiro a fare una passeggiata per la campagna.
Mi incontro con la chica nella piazza centrale della quale non ricordando il nome, per prima cosa glielo chiedo di nuovo ma, forse appannato dalla sua bellezza, non riesco a memorizzare nemmeno stavolta!Vabbè... comunque scopro che la ragazza deve compiere ancora i diciotto anni e per questo non mi sento troppo a mio agio, anche perchè a guardala bene si vede dal viso acqua e sapone che è ancora troppo bambina (anche se è veramente bella cazzo!).
E' comunque una piacevole conoscenza, che più che altro mi fa capire quanto è diverso essere nata come lei in un paesino così piccolo, da dove mi dice che vuole scappare non appena finiti gli studi verso una città più grande perchè vivere a San Augustìn per un giovane non è così piacevole, per il semplice fatto non che non c'è assolutamente niente da fare e si conoscono bene o male tutte le persone!
Mi viene da ridere a pensare che quando gli chiedo se ha Facebook, per restare in contatto, mi dice che non sa nemmeno cos'è e quando glielo spiego mi dice che non ha nemmeno il computer!
Lei all'ora di pranzo deve rientrare per dare una mano alla madre per cucinare e fare altre faccende di casa aiutandola ad accudire i due fratellini più piccoli e la nonna ultranovantenne, cosi io gli lascio comunque la mia mail, spegandogli un pò come funziona il mondo virtuale, in caso in futuro dovesse comprarsi un computer, ma non credo abbia capito bene come funziona il fatto di Facebook, perchè mi guardava un pò perplessa!
Così verso l'una, dopo aver fatto una passeggiata nei dintorni del paese, ci salutiamo non potendoci dare un nuovo appuntamento, perchè io il giorno dopo sarei dovuto ripartire e andare via da San Augustìn e forse è meglio così, perchè è stata una delle più belle ragazze che ho visto qui in Sud America della quale mi sarei potuto innamorare facilmente!
Ma chissà...magari un giorno si comprerà un pc, speriamo solo che fino ad allora non si perda il pezzetto di carta dove gli ho segnato la mia mail!!!
Chiuso il capitolo, dopo aver pranzato, me ne vado di nuovo nella piazza centrale, seduto su una delle tante panchine e dopo pochi minuti mi si avvicina Carlos, un ragazzo che mi chiede da dove vengo (come detto qui si conoscono bene o male tutti!) e con il quale inizio a chiacchierare un pò, scoprendo che mastica anche un pò di italiano, così tra un pò di italiano e un pò di spagnolo mi invita nella sua casa per bere un tè, con un pò di "verdura" al posto dei biscotti...da queste parti si usa in questo modo, e io accetto ben volentieri.
Così passo il pomeriggio a casa del mio nuovo amico, che in realtà vive in una sorta di baracca di legno, dove alla porta non c'è la serratura ma un lucchetto e la cucina è composta da un lavello adagiato su una trave di legno e una macchina del gas, mentre il salotto, se così si pùo definire, non è niente altro che un piccolo spazio dove c'è una panca ed un'amaca e questo è tutto ciò che compone il piano terra (3mx3m) mentre al secondo livello, dove si arriva con una scala di 4-5 gradini non c'è altro che un bagno di 1mx1m e 4 materassi buttati a terra che vanno a formare la "camera da letto"! Niente tv, niente tavoli e sedie, solo un pc il quale il buon Carlos si deve portare sempre dietro dato che mi racconta che già sono entrati i ladri un paio di volte, ma evidentemente non hanno potuto compiere il colpo del secolo dato l'arredamento!
Daniele invece mi racconterà più tardi la sua giornata, trascorsa in compagnia di Ramiro, che lo ha portato un pò in giro per i dintorni, a trovare qualche vicino per un caffè e a visitare il Rio Naranjos. In particolare è rimasto sconvolto dalla quantità impressionante di "verdura" che si incontra un pò dappertutto in mezzo alle coltivazioni tradizionali e alla moltitudine di piante medicinali. La prima tappa è una casetta dove Ramiro chiede alla proprietaria dove trovare proprio alcune erbe (naturalmente i nomi sono impossibili) per preparare un medicamento alla madre che soffre di reumatismi, a quanto pare la medicina a cui siamo abituati qui non fa effetto... Passeggiando per i sentieri si fermano a raccogliere gli avocadi che si trovano un pò dappertutto sparsi sotto gli alberi, fino al Naranjos, piccolo fiume impetuoso che si getta nel più importante Magdalena.




Anche lì ci sono statue e tanti altri alberi, in particolare ci sono parecchie guajabas e immancabilmente due ragazze che le raccolgono per portarle l'indomani al mercato del paese. Trasportando il carico per un pò arrivano alla casa di un altro vicino, raggiungibile solo per un ponticello che mi mette i brividi solo a guardare le foto, dove vivono due ragazzi giovani, inutile dire che questi hanno la "verdura" piantata pure nelle scarpe vecchie usate come vasi! Peccato che Daniele non ha scattato nemmeno una foto! Ecco perchè la sera l'ho trovato sfragnato!


Naturalmente la condivisione interessa tutti e dico tutti i prodotti della natura, quindi immagino abbia passato un bel pomeriggio...come me...
Per ultimo visitano l'ultimo vicino, che è il padre delle due ragazze della guajaba, per un caffè e chiacchierare della politica cittadina, visto che sono in vista le elezioni per nominare il nuovo alcalde.
Andiamo a dormire la notte molto dispiaciuti al pensiero di lasciare la finca di Ramiro l'indomani e questo paesino che anche se cosi piccolo ci lascierà molti bei ricordi, tutti positivi, tanto che consiglio a tutti quelli che hanno raggiunto già la sospirata pensione questa destinazione: San Augustin!

giovedì 6 ottobre 2011

Nell'eje cafetero. A Salento via Manizales - 11/16 agosto

Da Medellin ci dirigiamo a sud, entrando nel cosiddetto Eje Cafetero, regione paisa produttiva, calda, prospera e accogliente inscritta più o meno nel triangolo Armenia, Manizales, Pereira.
Delle tre scegliamo come punto di partenza Manizales, all'apparenza (e secondo la Lonely Planet) la più interessante. Ci arriviamo con un viaggio non troppo lungo (ormai siamo abituati a ben altro) da Medellin, godendo bei panorami e lasciandoci alle spalle il caos cittadino degli ultimi 10 giorni. Il terminal di Manizales è un pò fuori mano, ma l'anno scorso è stata terminata la più grande opera ingegneristica cittadina, cioè la lunga cabinovia che risale il monte fino alla città vera e propria, abbarbicata sullo spartiacque, così non dobbiamo neanche prendere un taxi per arrivarci e soprattutto ci godiamo il panorama e la salita.



Salendo al centrocittà

Il monumento al Libertador Simon Bolivar più originale di tutto il Sud America

Ci mettiamo un pò, questa volta, a trovare un posto per la notte e andiamo a finire nella zona degli alberghi a ore, nell'unico motel dal prezzo abbordabile e senza scarafaggi. L'unico problema è il continuo viavai di coppiette di ragazzi e anche attempati che vengono a passare un paio d'ore di fuoco... Ma tanto con la stanchezza che abbiamo addosso tutte le sere chissenefrega, inoltre le signore della reception sono simpatiche e ci fanno un sacco di domande sui viaggi e sull'Italia, così il Nuevo Milenio (che ci offre pure la connessione a internet con wi-fi) diventa la nostra casa per un paio di giorni.
Visto che si è fatta una certa ora ci limitiamo a mangiare qualcosa e andarcene a letto, per sfruttare appieno la giornata di domani. Degne di nota le fenomenali empanadas di un locale un paio di quadre dalla plaza, sempre appena uscite dall'olio bollente e accompagnate da ottime salse.
Il giorno seguente ci imbarchiamo per uno dei parchi della zona, vere attrazioni di una città commerciale che altrimenti non offrirebbe molto ai visitatori (a parte le empanadas...), il Parque Los Yarumos, più vicino al centro degli altri che abbiamo in programma di visitare nei prossimi giorni.
Naturalmente andiamo a piedi, percorrendo tutta l'avenida Santander, stradone che attraversa tutta la città dal centro storico al centro "moderno", per almeno un'ora e mezza di camminata osservando sul nostro cammino pizzerie, fast-food, traffico e pedoni affannati.
Los Yarumos è un bel parco che offre una vista spettacolare su Manizales e le vette che la dominano, protegge un bel bosco nebulare e inoltre offre un sacco di attrazioni come il canoping e una mostra di farfalle.
Peccato però che non possiamo vedere niente di tutto questo, c'è una manifestazione musicale, Manizales Grita Rock, tra l'altro di una certa importanza a livello nazionale, e l'unica area aperta al pubblico è l'arena che ospita i concerti. Naturalmente decidiamo di entrare a dare un'occhiata dopo la lunga attesa imposta dalle guardie per consentire allo staff di terminare i preparativi.




Sotto una pioggia battente veniamo perquisiti approfonditamente, comprese borse e tasche, almeno tre volte prima di riuscire a entrare, ci sono per il momento più poliziotti che ragazzi e la ricerca di sostanze stupefacienti è accurata. Non si può neanche far entrare alcool nè la vendita ne è consentita all'interno. Un concerto senza birra e ganja... Mah!
Comunque entriamo e scopriamo che i gruppi sul palco non sono niente male, si spazia dal reggae allo ska al punk.







 
Tutto sommato trascorriamo un paio d'ore interessanti, poi senza aspettare il clou che sarà a sera tarda, ce ne torniamo sui nostri passi per organizzare la visita a un altro parco, visto che questo sarà chiuso anche domani.
Pochi chilometri fuori città c'è la Riserva Rio Blanco, anche questa in piena foresta nebulare e piena di specie animali e vegetali, tra le quali un sacco di colibrì, orsi andini e orchidee. Per entrare bisogna richiedere un permesso all'associazione che la gestisce e abbiamo l'indirizzo, così andiamo a cercare l'ufficio.
Purtroppo nonostante giriamo per mezza città come matti non si riesce a trovare, così decidiamo di fare una semplice telefonata, scopriamo così che devono aver evidentemente cambiato sede perchè mi risponde il centralino di un centro commerciale...
Ce ne torniamo sconsolati in albergo, non prima di aver fatto risalire il morale con una bella dose di empanadas con salse!

Ultimatum a Manizales: cerchiamo su internet il numero del responsabile della riserva, domattina proviamo a chiamare, se ci da buca affanculo Manizales e scappiamo per altri lidi.
E infatti, il coglionazzo è irreperibile nonostante sul sito dell'associazione ci siano tre e dico tre numeri di cellulare, così visto che ancora siamo in tempo ci prendiamo un autobus e ce ne andiamo a Salento, fanculo tu, il parco e Manizales!



Salento è un pueblito nel cuore della zona cafetera colombiana, piccolo piccolo e circondato da montagne ammantate dalla foresta nebulare, è un posto accogliente, un pò rustico e molto piacevole.
Arriviamo qui dopo i due giorni trascorsi a Manizales, che al contrario non abbiamo apprezzato granchè, vuoi per l'atmosfera grigia, vuoi perchè forse dopo Bogotà e Medellin siamo stanchi di vita cittadina, anche se questa non ha niente a che vedere con le due metropoli. Il viaggio da Manizales è veloce e tranquillo, passiamo per Pereira, altra industriosa cittadina antioquena e paisa, da cui prendiamo un microbus diretto a Salento, che raggiungiamo nel primo pomeriggio.
La buseta arriva fino alla piazza principale del paese, dove veniamo accolti da un paio di tassisti e da un ragazzino che si improvvisa cacciatore di turisti, portando in giro i nuovi arrivati alla ricerca di un albergo o simili in cambio di qualche spicciolo.

Lasciamo Giuliano con i bagagli in piazza e il piccolo Diego, che avrà si e no undici anni, mi accompagna a chiedere prezzi e disponibilità di camere e dormitori in paese.
Esaminate diverse opzioni scegliamo un bell'ostello, non proprio regalato ma comunque ancora dentro il budget, a due passi dalla piazza centrale, il Tralala, gestito da un olandese che si è trasferito qua da un paio d'anni dopo lungo peregrinare in Latinoamerica.
Il posto è decisamente ben curato e tranquillo, dentro una vecchia casa d'epoca coloniale con tanto di patio e balconi.

Tempo di sistemare le nostre cose negli "scatoloni di sicurezza" sotto il letto e subito usciamo a dare un'occhiata al paesello, caratterizzato da uno stile coloniale che riporta indietro di un paio di secoli, coi suoi muri imbiancati, i balconi di legno e le strade ciottolose.
In particolare merita qualche riga una delle calli e est della plaza mayor, che è adornata di porte, finestre e balconi multicolore per tutta la sua lunghezza e termina con la scalinata che porta al mirador cittadino, piena di botteghe che vendono artigianato e souvenir.





Ci inerpichiamo sul mirador, doppiando in salita gli ansimanti signori di mezza età che rischiano l'infarto a ogni gradino. Da qui si gode di una meravigliosa panoramica su Salento e le Ande che lo circondano maestose e anche verso i boschi sottostanti.
Visto dall'alto, il villaggio è ancora più fascinoso, una manciata di tetti con le tegole rosse che confinano con la foresta tutto intorno, i monti e la valle di Cocora.

Scalinata al mirador


Un pò di spesa (visto che abbiamo la cucina a disposizione risparmiamo un pò cucinandoci la cena) e di corsa a mangiare perchè abbiamo saltato il pranzo a favore di un viaggio più rapido.
Per la comida proviamo la specialità della zona, la trota che viene cucinata in mille modi diversi, in una delle bancarelle intorno alla piazza. Almeno una volta tanto ci concediamo una variazione sul classico menù quotidiano sopa-arroz-frijoles-platano-carne, con la cucina fai da te cominciamo domani.

La trota mixta è qualcosa di spettacolare. Viene servita con una crema di formaggio fresco, champinones e gamberetti ed è una vera delizia. Naturalmente accompagnata dal patacon, che qua invece di essere spesso e morbido è sottile, croccante e grande come una pizza.
Ci alziamo dal tavolo sorridenti e soddisfatti.

Trucha mixta



Il mattino seguente andiamo subito subito ad affrontare la camminata dentro el Valle de Cocora, punto di forza della regione, affascinante meta di turisti colombiani e stranieri.
Per arrivare a Cocora, il villaggio da cui si accede alla valle, dobbiamo necessariamente viaggiare con un willy, che altro non è che una piccola jeep scoperta.
Sveglia prima dell'alba e via, andiamo ad aspettare la partenza del primo mezzo diretto a Cocora (alle 6!).

Willy!


Il retro della macchina si riempe in fretta di ragazze, signore, uomini in poncho e cappello e qualche sacco di farina trova posto sul tetto dell'abitacolo, così io e Giuliano pensiamo di dover aspettare la prossima salida... ma non è così, questo è l'unico willy che parte a quest'ora e così ci appollaiamo in piedi sul parafango a prenderci in faccia la brezza fresca del mattino.
Manco arriviamo alla fine del pueblo che si aggregano alla combriccola altri 3 o 4 contadini, di cui uno sul tetto insieme alla farina, per un totale di 13 passeggeri più il guidatore!



L'esperienza in fondo si rivela divertente, oltretutto arriviamo anche a Cocora tutti interi e in orario perfetto per tomar un tinto e partire per la lunga passeggiata.
Già in principio del percorso il paesaggio è spettacolare, campi aperti punteggiati di vacche in fondo alla valle soleggiata, sovrastata dalle montagne ancora avvolte dalle nubi del mattino tutto intorno e soprattutto una moltitudine di palme della cera spilungone su tutti i declivi.
Spettacolare forse è dire poco.












Incontri a Cocora


Camminando per un paio d'ore si arriva alla foresta nebulare, intricato bosco d'alta quota tipico dei tropici, chiamato nebulare perchè imprigiona l'acqua formando una perenne nebbiolina appunto.
Camminiamo a bocca aperta (per lo stupore e per la fatica) in mezzo agli alberi e scoprendo un gioiellino di cascata nascosto dai massi e dalla vegetazione, poi si comincia ad attraversare il fiume una volta dopo l'altra su piccoli ponti traballanti o tronchi posizionati ad hoc sopra le rapide e le cascatelle che creano un ambiente bucolico e sorprendente a ogni mirada. E naturalmente si sale di quota.


Camminando nella foresta nebulare










Nuovi amici


Doko. O il Maestro dei Cinque Picchi per i profani


Durante il cammino cominciamo a incontrare altri turisti, pochi per fortuna, giunti con la seconda turnata di willies. Tutti vanno nella nostra stessa direzione, la (così la chiamano) riserva di Acaime, che più che una riserva è una specie di fattoria abbarbicata su un ripidissimo pendio che i proprietari aprono al pubblico per mostrare un'esibizione di fiori e animali, che in realtà non ci sono, nè i fiori nè le bestie, perchè a quanto sembra l'ultima manutenzione risale almeno a un paio di anni fa...
Oltre all'aguapanela (la panela è zucchero di canna grezzo venduto in blocchi) con formaggio l'unica nota positiva è la moltitudine di colorati e guizzanti colibrì che circonda la casa, nutrendosi nelle "casitas" e i cespugli di fiori si lasciano ammirare.
Quanto è difficile fare una fotografia a un colibrì? Non si fermano un attimo!

Aguapanela con queso






Da Acaime proseguiamo oltre, salendo fino alla cima del colle a circa 2800 metri, dove è rimasto in piedi un posto d'osservazione a dire il vero decisamente traballante da cui si può vedere tutta la vallata in entrambe le direzioni. Un breve riposo, che la salita è ripida e faticosa, insieme a un tizio olandese che per poco non ci rimane secco d'infarto, andiamo a cercare il sentiero che conduce alla Montana, base delle guardie forestali che offre un bel panorama ed è l'ultimo punto di riferimento prima di scendere nuovamente a Cocora dall'altro lato della valle.
Quindi continuiamo a salire ma ci fermiamo quando l'altitudine segna 3000 metri... dovremmo in realtà scendere e risalire dall'altro lato, quindi 3000 sono troppi. Infatti, fortunosamente, incontriamo un pò di ragazzi che stanno scendendo proprio nella nostra direzione dopo una nottata di campeggio a Estrella del Agua che ci indicano la strada da seguire e così scendiamo con loro fino a tornare al fiume dove troviamo il bivio per la Montana e ricominciare quindi da capo la salita sull'altro versante...
ce la prendiamo comoda raccogliendo un sacco di fragoline di bosco lungo il cammino e risaliamo ancora fino ai 2800... Giunti ai piedi de La Montana troviamo un prato intero di fragole e andarsene via lasciandone lì così tante è una mezza impresa...
Da La Montana, come ci aspettavamo, la vista è bellissima sulla valle e la cima rocciosa e appuntita di fronte, le nuvole che si incanalano nel canyon corrono veloci e creano un'atmosfera magica salendo e attorcigliandosi in larghe spirali bianche, coprendo le vette e lasciandole di nuovo vedere un attimo dopo.


Ci fermiamo un pò quassù, ammirando il panorama, i fiori e anche qua i colibrì annunciati dal tipico ronzio.





Il ritorno da qui è ormai una passeggiata di salute, tutto il percorso è in discesa e ben battuto, ma nonostante sia molto più semplice e meno faticoso del cammino di andata, è ugualmente spettacolare. Ci troviamo ancora avvolti dalla foresta, sovrastati da immense palme della cera, coi loro tronchi altissimi e il pennacchio verde in cima, che ti guarda da lassù come a dire "visto che roba?".
Inutile dire che di fronte a loro ti senti come un esserino senza conto...



Sotto la palma della cera




L'escursione è incredibilmente ricca di sorprese fino agli ultimi passi, quando ci ritroviamo, a un quarto d'ora di distanza dalla "civiltà", dentro un boschetto di palme della cera che fanno da sipario alla valle inondata dalla luce calda del tardo pomeriggio. E in questi casi non c'è photoshop che tenga il confronto.













Possiamo tornarcene esausti e felici a Salento, visto che è ormai quasi buio, con l'ultimo willy in partenza da Cocora, manco a dirlo con 12 persone a bordo (manca quello sul tetto...).
Le rivelazioni e le sorprese però non sono ancora finite! Tempo di una doccia veloce e ti preparo un piatto di penne alla crema di peperoni da fare invidia ai primi che cucina Giuliano, tiè! Giusto giusto c'avevamo fame... alla faccia di tutti sti belgi olandesi australiani ecc. che vengono qua. Si mangiano le scatolette e dicono ammazza che profumo cucina italiana? Almeno una cosa di cui andare fieri ci vuole...
Ricchissima e lunga dormita e poi un pò di riposo mattutino, uscita solo per un fantastico caffè espresso (visto che da qua in giù è la coltivazione principale) e per comprare un paio di galletas e banane per il desayuno. Passiamo la mattina sonnecchiando un pò, tv per Giuliano e skype (a voce finalmente!!) con Rachele per me, e l'ora di pranzo arriva in un baleno.
Dopo l'ennesimo almuerzo a base di riso fagioli e carne asada, riprendiamo a camminare, destinazione la finca di Don Elias.

Paesaggio "salentino"

Turisti pigri

Cosecha de platanos

Verso la finca di Don Elias


Andiamo a vedere, dopo averne bevuto ettolitri nel corso della nostra vita, da dove viene il caffè, visitando questa piccola fattoria dove si coltiva, raccoglie, sguscia, secca, tosta e infine macina il caffè. E alla fine si beve pure.
Questo è molto interessante, ti pare che beviamo caffè tutti i giorni e  non sappiamo come è fatto un chicco e come è fatta una pianta?
Don Elias è un simpatico signore piegato dall'età e dagli acciacchi, che gestisce la finca di famiglia da decine d'anni. Qui non soltanto si produce il caffè ma anche tutto o quasi il sostentamento degli abitanti della fattoria: ci sono banani, platanos, un paio di lulo (bellissimi!), aromatiche, medicinali, qualche bestia.

Lulo




Caffè. Quello rosso è un chicco maturo


Il giovane Carlos, aiutante di Don Elias, ci guida tra gli arbusti spiegandoci cosa vediamo, quali sono le piante buone e quali no, quando si raccoglie, le varietà, ecc... ci fa vedere la seccatura e la pulitura dei chicchi e ne macina per noi una manciata, per prepararci un caffè coi fiocchi anche senza moca (che sarà compito di Don Elias in persona).

Il caffè è buonissimo, anche preparato con acqua calda sopra un filtro contenente la polvere, immagino che poteva essere preparato con una buona macchina... mmmm...
Il simpatico e saggio Elias chiacchiera con tutti gli ospiti della sua finca, mentre assaggiano il frutto del suo sudore (anzi del sudore di Carlos...), non so come andiamo a finire a parlare delle elemosine e di quelli a cui si può regalare qualcosa e quelli a cui invece non bisogna dare niente perchè "son drogaditos. Ellos piden, tengo hambre pero quando te doy pan me pides plata para comprar droga". Pensiero condivisibile.

Dobbiamo salutare il simpatico vecchietto perchè ci aspetta ancora un pò di cammino prima di raggiungere l'autobus per il ritorno a Salento, perchè naturalmente non torneremo per la stessa strada dell'andata che adesso è tutta tutta in salita.
Così ci imbarchiamo per un sentiero che attraversa El Ocaso, un'altra grande piantagione di caffè, e ridiscende al piccolo fiume in fondo alla scarpata. Da lì si passa attraverso campi verdi, alberi in fiore e un vecchio pueblo diventato una specie di località di villeggiatura, fino a Boquia, dove arriviamo che è già buio, compriamo un pò di formaggio e saliamo al volo sulla buseta per Salento.

Sulla strada del ritorno






Il nostro soggiorno nella cittadina termina qui, con la scoperta, il mattino seguente, che non ci sono bus notturni per Popayan, nostra prossima tappa andina.
Ci tocca cambiare così i piani per la giornata e prendiamo la prima buseta per Armenia e quindi la coincidenza per Popayan, dove arriveremo all'imbrunire.
Hasta luego!